Le cover ed il grande “saccheggio” degli anni ‘60

Scritto da il 5 Luglio 2023

La nascita delle cover italiane degli anni Sessanta ed il grande “saccheggio” degli anni ’60

Il periodo d’oro è quello degli anni Sessanta, quando l’Italia importa il meglio dei nuovi ritmi stranieri (beat, soul, pop ecc.) riproducendoli fedelmente salvo per i testi, che a volte erano traduzioni letterali, altre invece si distanziavano totalmente dall’originale. In larga parte si trattò di riarrangiare brani il cui impatto su altri mercati era già stato provato, in un’epoca in cui – a parte i pochi big – non erano poi molti i dischi in lingua straniera in grado di scalare le classifiche e il pubblico italiano preferiva di gran lunga le canzoni nella propria lingua. In alcuni casi però, autori, gruppi o produttori ebbero il merito di scoprire canzoni che in patria non avevano avuto un grande seguito, ma che da noi si rivelarono enormi successi nella stagione in cui erano i 45 giri a dominare il mercato. 

Negli anni ’60 (leggi anche: “Gli anni ‘60: il boom della musica italiana”) in ambito musicale si incrociavano in Europa due realtà che richiesero una soluzione: un sistema di riproduzione e consumo della musica alla portata di tutti, e una musica divertente e nuova, che rompesse con la tradizione melodica e fosse adatta alla socializzazione. La risposta arrivò da una parte dalla tecnologia, con l’avvento del 33 giri (leggi anche: “è il 21 giugno 1948: nasce il 33 giri“) e dal lato musicale la cultura più pronta a dare una risposta alla attesa di musica nuova si rilevò quella anglosassone, cioè quella di influssi stilistici importati (jazz e blues) ed autonomi (la musica tradizionale inglese ed irlandese), che avevano sicuramente la caratteristica di suonare “diversi” e “nuovi”. Così arrivarono ad ondate il rock’n roll, il twist, il folk, il beat, il rhythm & blues, il soul, il funky ecc.

Bisogna considerare inoltre che le radio libere non esistevano e la conoscenza della lingua inglese era assai ridotta, quindi le canzoni anglosassoni originali difficilmente potevano arrivare direttamente, se non per fenomeni planetari (Elvis Presley, Paul Anka). E anche in questi casi con non poche difficoltà. 

Si ebbero due approcci alle cover musicali. Il primo consisteva nel prendere un brano già di successo e farne la versione italiana, il che significava successo assicurato (vedi la versione dei Dik Dik di Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum o Sono bugiarda di Caterina Caselli, dai Monkees). Questo approccio ebbe grande seguito internazionale anche grazie ad accordi tra le case discografiche per sfruttare a rotazione questi successi, affidandoli a questo o a quel cantante o gruppo considerato adatto, un esempio di ciò è il passaggio di testimone per i Procol Harum, il cui secondo singolo, Homburg, venne affidato ai Camaleonti o da Bang Bang di Cher, proposta contemporaneamente dall’Equipe 84, dai Corvi e da Dalida e da molti altri minori.

L’altro approccio era quello di andare a pescare nel vasto canzoniere anglosassone qualcosa da proporre come nuovo, perché non noto, non ancora proposto da noi. A questo tipo di approccio vi appartengono i Dik Dik dei primi anni o i Corvi. 

Notevole fu poi il fenomeno per cui, grazie proprio alla cover, l’originale inglese trovava spesso per questa via il sentiero per arrivare in Italia, come “versione originale della cover italiana”. Così arrivò, per esempio, al traino del successo dei Corvi  “Sospesa a un filo” l’originale “I Had Too Much To Dream” degli Electric Prunes, un complesso che anticipava la psichedelia (leggi anche: “La Psichedelia degli anni ‘60”), ma anche alcuni brani di Dylan, come I Want You (della quale avevano proposto una cover i Nomadi). 

E’ noto che in molti casi le cover in italiano avevano un testo non fedele all’originale, anzi in qualche occasione completamente diverso o travisato o addirittura con senso totalmente opposto. A ciò è possibile dare le seguenti spiegazioni:

  1. per non pagare i diritti, presentando il brano come se fosse originale;
  2. per la difficoltà di adattare la metrica italiana al ritmo beat e rock, una conseguenza della grande differenza delle due lingue; in questo caso poteva essere mantenuta l’idea o lo spunto della canzone originale, ma il testo risultava in parte travisato;
  3. per esigenze di censura per le quali il testo originale era considerato poco adatto al mercato italiano, non trasmissibile in radio;

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