I “giorni della merla”: storie dalla Lombardia

Scritto da il 30 Gennaio 2026

Secondo la tradizione popolare, i “giorni della merla” sono ritenuti simbolo del freddo più pungente dell’anno e coincidono con gli ultimi tre giorni del mese di gennaio (29, 30 e 31).

In Lombardia, sul perché si chiamino proprio “giorni della merla” convivono diverse leggende.

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Credito fotografico: Focus.it

Si racconta che, una volta, il piumaggio dei merli fosse di color bianco. Secondo una prima storia, durante un inverno eccezionalmente rigido, una famiglia di questi uccelli cercò rifugio in città. Nel freddo intenso degli ultimi giorni di gennaio, che rendeva difficile trovare le provvigioni con cui nutrirsi, mentre il merlo si allontanò in cerca di cibo, la merla trovò riparo con i propri piccoli sul tetto di una casa, sopra al fumo di un camino ancora acceso che offriva loro un po’ di calore. La fuliggine del comignolo, però, scurì le loro piume.

L’ondata di freddo si protrasse per tre lunghi giorni: quando il gelo terminò e comparve il tiepido sole di febbraio, la merla e i pulcini uscirono dal nido ormai neri, colore che da allora avrebbe contraddistinto tutti i merli. Per questo motivo, gli ultimi giorni di gennaio sono ricordati come i “giorni della merla”, o “trii dì de la merla”.

Una seconda versione, invece, narra che ci fu un tempo in cui il mese di gennaio registrò temperature insolitamente miti: i merli, abituati a considerarlo il periodo più freddo dell’anno, lo derisero e se ne presero gioco. Offeso dal loro atteggiamento, gennaio manifestò tutta la sua ira, scatenando improvvisamente un freddo gelido negli ultimi tre giorni del mese. Per proteggersi, i merli cercarono rifugio all’interno dei comignoli; tuttavia, il fumo li annerì per sempre, trasformando il loro chiaro piumaggio in quello scuro che conosciamo oggi.

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Credito fotografico: RomaToday

Esiste anche una terza versione, una sorta di fusione delle prime due che vede ancora protagonisti la merla e i suoi pulcini. La mamma, convinta di aver ormai superato l’inverno, prese in giro l’ultimo giorno di gennaio, che all’epoca cadeva il 28. Gennaio si infuriò e decise di punire la famigliola di uccelli: sottrasse tre giorni a febbraio e scatenò un freddo polare, costringendo la madre e i suoi piccoli a rifugiarsi in un camino, la cui cenere tinse le loro piume.

A Lecco, quest’ultima leggenda ispirò una filastrocca recitata in dialetto, in cui la merla sembra dialogare con il mese di gennaio:

Me n’incaghi o ginee che i me merli li ho levee.

Vun ghe n’ho, e duu l’imprestaroo del m’è fradèll febree, che de bianca che te set negra te deventaret.

Nella filastrocca, la merla si rivolge a gennaio con arroganza, mostrando di non temere le sue basse temperature e affermando di aver già allevato i suoi piccoli. Gennaio, tuttavia, le fa capire che il freddo non è ancora finito: ha ancora un giorno nel suo calendario (il 29) e ne prenderà due in prestito dal fratello febbraio, estendendo il mese fino al 31. Poi mette in guardia la merla, avvertendola che, se continuerà a sfidarlo, le sue piume bianche diventeranno presto nere.

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