I Firlinfeu: una storia di mitologia greca e folclore
Scritto da Rebecca Bazzi il 4 Aprile 2026
Nella provincia di Lecco e nell’area brianzola quella dei Firlinfeu è una tradizione folcloristica ben conservata, tramandata da generazioni e mantenuta viva dall’attività di gruppi locali tutt’oggi operativi. In dialetto brianzolo, il termine “firlinfeu” assume un significato ambivalente, utilizzato sia per indicare lo strumento a fiato, sia per riferirsi a coloro che ne traggono le armonie.

Lo strumento musicale secondo il mito greco
La tradizione musicale legata a quello che in italiano è più comunemente noto come “flauto di Pan” (o “siringa”) affonda le proprie radici nella mitologia greca, che attribuisce la sua nascita, appunto, al dio Pan e alla ninfa Siringa.

Il mito vuole che Pan, dio dei boschi e dei pastori, si innamorò perdutamente di Siringa, che, seguace della dea della castità Artemide, rifiutava le lusinghe di tutte le divinità. In risposta al corteggiamento del dio la ninfa scappò nei pressi di una palude, dove ricorse all’aiuto delle ninfe fluviali che la trasformarono in canneto.
Pan, convinto di averla raggiunta, si trovò invece di fronte ad un fascio di canne. Affranto e addolorato a causa del suo amore non corrisposto, all’udire il suono dolce e lamentoso delle canne gentilmente mosse dal vento ne mise alcune di diversa lunghezza una accanto all’altra e soffiò al loro interno, creando così lo strumento a cui diede il nome della sua amata.

Ancor oggi lo strumento viene costruito artigianalmente dai suonatori di firlinfeu, che sfruttano le canne che crescono nelle zone paludose e sulle rive dei laghi Briantei.
I gruppi di Firlinfeu
La fondazione di gran parte dei gruppi di Firlinfeu risale al periodo tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento, ispirata dall’intenzione di trascorrere del buon tempo in compagnia e far divertire i concittadini al ritmo dell’omonimo strumento.
Sembrerebbe che il firlinfeu fosse già suonato intorno al 1850 in alcuni paesi dell’Alta Brianza, anche se non è ben chiaro come vi sia giunto. Dal 1850 al 1950 circa, diversi gruppi furono formati per raccoglierne e diffonderne l’eredità culturale e folcloristica.

I suonatori indossano abiti tipici che ricordano quelli che una volta venivano sfoggiati dai contadini per la festa di domenica, simili ai vestiti di Renzo e Lucia; non per caso, i protagonisti de “I promessi sposi” di Manzoni danno il nome a una delle maggiori associazioni di Firlinfeu del nostro territorio.

I costumi femminili sono spesso impreziositi dalla raggiera – o sperada – che tiene ferme le trecce raccolte dietro al capo. In passato, lo spillone veniva regalato alle giovani donne dai propri genitori come indice del passaggio dalla fase dell’infanzia a quella della maturità. Anche le singole spadine di cui era composta la raggiera venivano caricate di significato, donate dal promesso sposo in occasione del fidanzamento e dal marito in altre circostanze speciali (es. la nascita dei figli). La sperada veniva portata con orgoglio, simbolo della stima del marito e della ricchezza della famiglia.

Sebbene negli anni si succedano maestri, direttori artistici e presidenti, la tradizione dei Firlinfeu non tramonta mai. Le musiche, i canti e le danze continuano a fungere da colonna sonora alle celebrazioni comunitarie della Provincia di Lecco e non solo, con associazioni oggi attive più che mai anche all’estero grazie al continuo ricambio generazionale.















