Consonno: l’inesorabile declino della città dei balocchi
Scritto da Rebecca Bazzi il 28 Luglio 2026
All’inizio degli anni Sessanta del Novecento, Consonno altro non è che un piccolo centro abitato adagiato sul Monte di Brianza. Qui la vita scorre tra fatica e quiete, e l’economia si fonda perlopiù sullo sfruttamento delle risorse locali, cercando testardamente di resistere alle tentazioni delle fabbriche che insistono prepotenti.

Della misera quantità di abitanti che popolano il paesino agricolo – conseguenza dei due conflitti mondiali -, nessuno a Consonno è proprietario della casa che abita o dei terreni che lavora. Tutti i 170 ettari occupati dal paese e dai suoi boschi fanno capo alla Immobiliare Consonno Brianza, delle famiglie Verga e Anghileri.
E’ il 1962 quando il Grande Ufficiale Mario Bagno, Conte di Valle dell’Olmo e imprenditore immobiliare, irrompe nel destino di Consonno, stipulando un atto notarile con cui rileva l’intero tenimento. Il borgo viene raso al suolo e reinventato, e le sue sorti vengono irrevocabilmente stravolte. A cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, Consonno è nel pieno dei suoi anni più folli.

Quello che era prima un umile nucleo di poche decine di contadini, è ora un’improbabile città dei divertimenti. Comuni mortali camminano al fianco di personaggi illustri, calpestando lo stesso suolo alla ricerca della spensierata euforia che il luogo – talmente assurdo da parere quasi surreale – sa conferire.
Eccentrica e stravagante, Consonno si assicura la fama di “Las Vegas della Brianza”, replica in miniatura della capitale del divertimento sfrenato, degli sfizi, dell’eccesso. Una città dei balocchi in cui tutto è permesso, dove le tenaci inibizioni umane vengono spazzate via dal brivido di ciò che, apparentemente impossibile, diventa possibile. Il luogo dove prima a dettare le regole erano lavoro e semplicità viene sostituito da una bizzarra fantasia che spodesta la ragione.

Ad accogliere le migliaia di persone che volevano un assaggio della Sin City brianzola erano striscioni che invitavano a lasciare la monotonia alle spalle e cedere alla tentazione, recitando frasi come “A Consonno il cielo è più azzurro”, “A Consonno è sempre festa”, “Consonno è il paese più piccolo ma più bello del mondo”.
La ruggente Consonno è dimora del tutto: sfingi egiziane affiancano pagode cinesi, armigeri medioevali in posizione di sentinella vigilano sul lussuoso “Grand Hotel Plaza”, dispendiose passeggiate lungo la galleria di negozi in stile arabeggiante sfociano in affollate sale da ballo e da gioco.

L’uragano Bagno stravolge la quotidianità dei residenti, portando un’aria di novità a luci sempre accese. Ma il consenso non è unanime: c’è chi non cede al fascino della nuova Consonno. La stampa locale inizia a storcere il naso davanti all’assurdità in atto, mentre associazioni e gruppi di cittadini danno il via ad iniziative di protesta volte a fermare lo scempio che ha mancato di rispetto a un borgo intero, ignorandone spudoratamente valore ambientale e armonia paesaggistica. Questi sono solo i primi segni di un’apoteosi effimera, fugace, destinata a non durare.
Il colpo fatale arriva nell’ottobre del 1976, quando a punire la sconsideratezza di Bagno ci pensa la frana che distrugge la nuova strada che porta a Consonno. Questo disastro naturale rende il paese inaccessibile, condannandolo al suo inesorabile declino: la vivace città dei balocchi diventa a tutti gli effetti una dormiente città fantasma.















